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May 16 Tagliamo tante corde!"Taglio la corda!”.... Così disse l’impiccato. Così disse anche il pianista. Perché un impiccato voglia tagliare la corda potrebbe sembrarvi ovvio se non tenete conto del fatto che, una volta impiccati, se pure la corda si dovesse rompere cambierebbe poco: non c’è molta differenza tra l’essere morti, appesi come un salame, e l’essere morti, caduti a terra come un frutto marcio. Potrebbe essere utile tagliare la corda prima dell’esecuzione, ma comunque sarebbe inutile: i boia sono tra i lavoratori più attenti e scrupolosi, infatti vanno sempre al lavoro con qualche corda di scorta! L’impiccato che conosco io, invece, disse “taglio la corda” già da morto. Ora non state li scervellarvi sul come abbia potuto parlare se era già morto, pensate piuttosto che non fece in tempo a finire la frase che avrebbe voluto pronunciare. Frase che sarebbe dovuta suonare grosso modo così: “taglio la corda mentre voi, pezzenti figli di puttana che state qui a guardarmi penzolare, resterete in questo mondo di merda aspettando una morte che forse sarà peggiore della mia!”. Alquanto sboccato il mio amico, ma come vi esprimereste nei confronti di chi è li solo per assistere e godere della vostra morte? Minimo minimo li guardereste schifati, ma il mio amico era talmente incazzato che non poteva limitarsi a guardare storto qualcuno e così, anche da morto, riuscì a dire qualcosa. Non tutto, ma qualcosa! Il pianista era un romantico pianista minimalista. Si diplomò al conservatorio con il massimo dei voti, ciò nonostante la sua carriera da musicista non fu delle migliori. In città la vita era pessima: la gente affogava nella spazzatura che essa stessa produceva, non c’era lavoro, l’acqua stava smettendo di essere un diritto, la violenza, come la malavita, dilagava e lo "Stato Sovrano", incapace di risolvere la situazione, non era più sovrano di un cazzo di niente. Ma, si sa, in queste condizioni una città diventa una bomba ad orologeria. Infatti l’unica cosa di cui si occupò lo “Stato Sovrano” fu l’impedire che in quella città scoppiasse una rivolta popolare e lo fece in un modo talmente subdolo che neanche Subdolo in persona sarebbe riuscito a fare tanto. “Come fece?” vi chiederete. Ebbene la tattica fu questa: ogni qualvolta la rivolta era sul punto di scoppiare, attiravano l’attenzione della gente su qualcosa di piacevole, di allegro, di suadente… insomma qualcosa che li allontanasse dalla realtà. In genere si trattava di una travolgente vittoria della squadra di calcio della città, di un nuovo reality in cui i partecipanti erano felici di vivere in una discarica, ma, più di ogni altra cosa, ciò che meglio distraeva gli abitanti di quella città era la musica. Purtroppo per il mio amico la musica che distraeva quelle persone non era quella che scaturiva dai tasti consumati del suo pianoforte. Per loro i suoi pezzi erano ripetitivi, ossessivi, e poi non cantava, non parlava di “amore”… poverini, ormai erano così rimbecilliti che riconoscevano l’amore solo se lo sentivano nominare. Insomma la musica del mio amico non era abbastanza "evasiva"… perché era quello ciò che voleva la gente: evadere. Dato che nessuno parlava più di ribellione, di rivoluzione l’unica soluzione possibile era tirare avanti e far finta di nulla... proprio ciò che lo "Stato Sovrano" desiderava da quella gente A differenza del mio amico, divenne molto famoso in città un cantante, anch’esso pianista e diplomato al conservatorio: Alessio Di Gigi. Sapeva suonare bene il piano ed aveva una voce molto bella, ma le sue canzoni erano, alle orecchie di un normale ascoltatore, un vero schifo. Gli unici temi trattati erano: l’amore, la sofferenza per l’amore, la gioia dovuta all’amore e la nascita di un bel bambino da un grande amore. Nonostante tutto, le tracce dei suoi ultimi cd venivano passate in tutte le radio, veniva invitato il tutte le trasmissioni (previsioni meteo comprese) e i telegiornali davano come notizia d’apertura l’uscita di un suo nuovo singolo. Come fosse possibile una cosa simile? Ovvio! I testi delle canzoni di Di Gigi erano scritti dai più grandi sociologi e psicologi della nazione in modo tale da colpire l’interesse della maggior parte della popolazione. Inoltre, i direttori delle reti radio e televisive ricevevano ogni tanto l’“ordine dall’alto” di fare comparire Di Gigi nelle varie trasmissioni. Insomma dagli oggi, dagli domani, la gente finì col pensare solo alle canzoni di Di Gigi, il quale si arricchiva a scapito di chi intontiva con la sua voce. Uno dei pochi a non cadere nel tranello fu il mio amico pianista perché era diventato così povero da non potersi permettere ne una radio ne, tanto meno, una televisione. Girava per la strada sempre più incazzato e nervoso, non solo perché vedeva la città peggiorare di giorno in giorno, ma soprattutto perché la gente non faceva più caso a niente. Per esempio non si accorgevano che i pullman erano stati sostituiti con dei mezzi cingolati perché le ruote normali si impantanavano negli strati di spazzatura che invadevano le strade, che le blatte erano così grosse che quando stavano in piedi sembravano dei cristiani o che l’acqua costava più della coca cola, ma allo stesso tempo tutti per strada cantavano le nuove canzoni di Di Gigi. “Incredibile” pensava “vivono nella merda e cantano le canzoni di quell’imbecille! Bisogna fare qualcosa!”. Col passare del tempo le incazzature del mio amico pianista divennero croniche e si trasformarono in pazzia: finì con l’individuare nella figura di Alessio Di Gigi le cause di tutti i mali della città e cercò di mettere su anche una rivolta nei confronti del cantante, ma rimase solo… ormai pensava solo a Di Gigi e alle condizioni della città, finita ormai in fondo ad un baratro, finché un giorno, mentre faceva la spesa al mercato, si incazzò come mai in vita sua: prima gli si rizzarono tutti i capelli in testa, poi cominciò a tremare ed infine digrignò i denti al punto tale che gli uscirono fiotti di bava e sangue dalla bocca… le uniche cose che i testimoni della scena gli sentirono dire fu il continuo ripetersi di tre parole: “Taglio la corda! Taglio la corda! Taglio la corda! Taglio la corda! Taglio la corda!….”. In fondo era un minimalista! Sta di fatto che corse a casa, butto giù la porta e strappò dal pianoforte una corda a caso. Uscì subito di casa e, sempre correndo, si appostò dietro un cumulo di sacchetti della spazzatura nei pressi del bar preferito di Di Gigi. Dovette aspettare solo qualche ora: appena lo vide arrivare, con fare disinvolto, si accostò alle sue spalle e, quando lo ebbe a portata di mano, cinse il collo del cantante con la corda del pianoforte. I guardaspalle di Di Gigi intervennero repentinamente, ma non riuscirono a fermare la furia di quell’uomo… il mio amico riuscì a strangolarlo! Il processo durò appena un mese: fu condannato a morte per impiccagione nella piazza più grande della città al cospetto dei cittadini tutti La morale? Non importa che ti senta più impiccato o pianista: comunque vada, l'importante è tagliare la corda!
Proprio quello che farò ora andando a dormire! May 09 il treno delle 8:17
Domani dovrei svegliarmi alle sette e prendere il treno alla stazione sotto casa alle 8:17 per raggiungere l’università dove seguirò le lezioni. Se tutto va bene ci sarà un po’ di vento e nell’attesa del treno potrò godermi lo spettacolo che fa il golfo di Napoli la mattina alle otto e diciassette. In ogni caso, vento o no, ci saranno i pescatori proprio sotto la banchina della stazione che comunicheranno tra loro urlando da una barca all’altra. Si, perché a Portici si verifica questo fatto strano: proprio sotto la stazione c’è un porto. Un porto che pare risalire addirittura al tempo dei borboni. Ebbene, i pescatori per le 8:17 avranno già finito la battuta e staranno vendendo il pesce al grossista o staranno pulendo la loro barca azzurra; le reti, in genere, le mettono a posto di pomeriggio. Solo quelli al lato destro del porto le mettono a posto subito dopo la pesca: sono più organizzati… più professionali. Alle 8:17 sarò appoggiato alla ringhiera della stazione che da sul porto, cercando di capire cosa i pescatori si dicono in quella lingua che è solo loro. Alle 8:17 sarò l’unico rivolto verso il mare: tutti gli altri avranno gli occhi puntati sui binari che si perdono nella direzione di Salerno oppure sull’orologio della stazione. Sono impazienti! Ma impazienti per cosa? Per il treno che dovrebbe portarci all’università o peggio ad un fottuto posto di lavoro? Allora mi chiedo: perché desiderare che passi o, addirittura, che sia puntuale? Perché se fai tardi il professore si incazza o il padrone del call center non ti rinnova il tuo bellissimo contratto di lavoro bimestrale? Temo di si e la cosa mi preoccupa non poco. Perché? alle otto e diciassette il golfo può essere talmente bello e può abbracciarti in modo tale che la più grande delle preoccupazioni diventi più piccola della più piccola tellina pescata quel giorno dai pescatori di Portici… Sono certo che se domani il tempo fosse come dico io e se i porticesi, in attesa del regionale delle otto e diciassette per Campi Flegrei proveniente da Salerno ed in arrivo al binario due, si voltassero dalla parte opposta ai binari e si fermassero a guardare il golfo… si stupirebbero della sua immensità, della luce che viene dal sole e dal mare che ce la riflette tutta in faccia, resterebbero ipnotizzati dal moto delle onde e dalla vita che dimostrano, resterebbero lì, fermi, incantati… se per una volta sola si voltassero dalla parte opposta ai binari e si fermassero a guardare il golfo si accorgerebbero di quanto siano ristretti gli spazi in cui lavoriamo o seguiamo le lezioni, si accorgerebbero di riuscire a vedere anche ad una distanza maggiore di quella che c’è tra una poltrona e la parete di fronte, si accorgerebbero di quanto sia bella e necessaria tutta quella luce ed, ancora, si accorgerebbero delle voci primitive dei pescatori e del fatto che il “blu” sia facile a dirsi ma difficile da individuare tra le sue innumerevoli sfumature del cielo, del mare e delle barche da pesca… se per una volta, una sola, si voltassero dalla parte opposta ai binari e si fermassero a guardare il golfo si accorgerebbero di quanto sia innaturale e grama la vita che viviamo, si renderebbero conto di cosa hanno e stanno perdendo della loro esistenza, comincerebbero a pensare, giustamente, che il professore ed il padrone possano andare tranquillamente a farsi fottere perché, a quel punto, avranno capito di meritare qualcosa di più di un voto che alzi la media o di un contratto bimestrale in un call center! Se per una volta, una sola, si voltassero dalla parte opposta ai binari e si fermassero a guardare il golfo richiederebbero almeno dieci minuti di ritardo del treno delle otto e diciassette. March 24 A te, fantasma!A te, con le mani pulite e ben curate; a te, col colletto bianco ed inamidato; a te, che non perdi nessuna delle occasioni mondane; a te, che non hai buchi ne nelle tasche ne nelle mani; a te, che viaggi in tutto il mondo ma ti perdi nella tua città; a te, che non capisci nessuno dei messaggi del capo perché sei troppo impegnato a registrare, copiare e ripetere pedissequamente ogni parola che dice; a te, che probabilmente sei il capo che promuove solo chi registra, copia e ripete pedissequamente qualsiasi cosa tu dica; a te, che eviti le idee perché a pensare rischieresti di capire quanto sei stronzo; a te, che fingi emozioni che non provi; a te, che mangi yogurt al sapore di asparagi, zucchine ed al cazzo che mi hai cacato; a te, al quale batte il cuore in petto solo perché sta cercando di spaccare quella maledetta gabbia che lo imprigiona; a te, che non dici parolacce, ma caghi dalla bocca certe stronzate che…; a te, amante della filosofia spicciola, delle frasi fatte, e delle rime cuore-amore-dolore; a te, che ti vanti della tua moto scintillante, del tuo cellulare nuovo, del tuo orologio fighissimo e di tutte le altre cose che hai comprato con soldi che non hai ne guadagnato ne meritato; a te, che non fai mai il passo più lungo della gamba e mai ti sporgi dai balconi; a te, che non sbagli mai niente perché niente fai; a te, che urli solo nel coro; a te che non hai mai sbraitato: “basta, cazzo! mi sono rotto i ciglioni!”; a te, che a vent’anni non hai mai sognato fuori dalle coperte, ma fuori dalle coperte hai sempre continuato a dormire; a te: via le vene dai polsi, via il sangue dal cuore ed il cuore dal torace… via occhi, lingua e denti… via il cervello da quell’involucro mai stato pieno… via le trippe, il fegato e lo stomaco… via i polmoni ed i piedi… via le unghie dalle dita e le dita dalle mani e le mani dalle braccia… restino solo: le ali, che non ti sei mai accorto di avere, e l’anima… un’anima mai fatta in brandelli, mai nemmeno sgualcita! January 23 Ringraziamenti del BiondoGrazie alla mia piccola famigliola: a mamma, pappa, Irene e Carmine; a zia Franca e zio Antonio; a zia Anna, zio Gino, Barbara e Daria. Grazie ai nonni che avrebbero meritato di leggere queste righe. Grazie alla mia enorme famiglia adottiva: a zia Mariapaola, zio Vittorio, Roberta; a mio fratello Peppe, a Giuliano, Gabriella, Lino, Peppe jr., Patrizia e Marittiello; a Diego, Mercedes, Tonino ed all’altro mio fratello, Livio, che ha mi ha accompagnato per quattro anni in questa e tante altre avventure e che con me ha scritto questa tesi. Grazie alle magnifiche persone che mi hanno visto e fatto crescere ad intervalli regolari di un anno: Sasà ed Elina, Sergio e Bianca, Antonio e Rosa. Grazie alla TBJH ed ai suoi componenti e frequentatori: a Daniele ed alle sue maglie, a Fabio ed alla sua adorata Annaaaa!!!, a Ciro ed ai suoi cos’, ad Emiliano e Irene ed ai loro pini, a Luca e Melania ed alle loro pannocchie, a Pabl Barbut, a Riccardo, a quello scoppiato di Matteo Party ed alle sue feste, a Livietto e Gaia, a Mariella che ci ha fatto bisticciare con Borotalco ed infine a Pak con la speranza che non ci attacchi chissà che strana malattia. Grazie a tutti gli amici vicini, lontani, e lontanissimi; grazie ai compagni, ai colleghi ed alle belle ragazze che in questi quattro anni hanno smussato gli spigoli di una facoltà in cui anche le querce sono quadrate. Quindi grazie ad Oreste, Delia, Susy, Mariano, Mariangela angelo mio, Mariagrazie, a Rosita, Stefano ed Enedina, ovvero gli Intintoli!!!!; grazie a Sarah che sprizza miele da tutti i pori, a Leda e Pasquale, a Elena, a Marta Matta Barbara, a Tonina, ad Andrea “Gregorace5”, Bronco, Andrea Tramortito, gli ischitani, Marco e Filippo, Marianeve, Brunella, Barbara “Sborrone”, Serena, quella scimmietta di Ileana, Paola, Donatella, Nedda, Mafalda, Gigi Rock, Giovanni Satana, Mauro ‘o Presidente, Marcello, Danilo ‘o Buzzurr, papà Carlo Dati, Giannantonio, la Pettinati e la Del Naja, Andrea Genovese ed Andrea ‘o Mangiato, Paolo Renzo, Marchioro, Mario “grazie Mario”, Vittorio, Wladimiro, Antonio ‘o Fugees, quel rompicoglioni del Capocelli, Fungetiello, Asso, Peppe Sapio (questa volta ti ho graziato) e Lupo Alberto. Grazie ai compagni che hanno fatto la resistenza e tante altre battaglie con l’unico scopo di farci vivere in un paese libero, democratico e giusto. Grazie ai compagni del partito ed in particolar modo a quelli della FGCI (Federazione Giovanile Comunisti Italiani) che si sono preoccupati di distogliere la mia mente dallo studio, in inverno, e di evitare che riposassi, in estate. Di conseguenza, grazie ai coordinatori avv. Paolo e Lucio, a Davide Strafellatio, Davide Barrichello, il mitico Daniel “Luttazzi”, Claudione, Maurizio, Edoardo, Mariangela, Renato, Lucia, Riccardo, Giovanni, Marco di Catania, Silvia, a Valerio e la sua “sarda” (nel caso in cui si dovesse fare un’altra volta la guardia allo stand della festa nazionale… già sapete: ci sto!) e, “dulcis in fundo”, al segretario nazionale, Oliviero. Grazie al professor Galante per averci affidato un tema così bello da trattare e grazie a Mariateresa e a Biagio che pazientemente ci hanno aiutato in questo lavoro (buona fortuna ragazzi). Infine, grazie a tutti voi per avermi fatto arrivare fin qui quasi sano e grosso modo salvo. Che l’allegria non vi sia di vergogna Danilo, Ciuchino, Flanaghan, Spasiano
p.s. se il vostro nome non compare, per favore, non fucilatemi. Grazie anche a voi per la gentilezza! p.p.s. se il vostro nome compare e non sapete per quale occasione vi sto ringraziando, beh… siete i migliori. p.p.p.s. solo una cosa per ricordarmi di questo momento e soprattuto ricordare a mio figlio che la sera prima della tesi l'ho fatta a casa di Livio a bere e a fumare... January 15 14 gennaio 2007Ieri sera è stata una delle serate più belle della mia misera esistenza. Ho riso fino al pianto, ho mangiato bene, ho bevuto una favola, ho fumato meglio, ma non è questo ciò di cui voglio parlarvi. Ho rivisto dopo tanto tempo Luca e Melania, gli organizzatori della serata, ho visto la nuova stanza del mio grafico preferito ed è… immaginate la stanza di un personaggio dei cartoni animati? immaginatela colorata, disordinata al punto giusto, naif con bottiglie di Jack vuote sparse qua e la… è magnifica! Ho rivisto Irene ed Emiliano con Ciro ed Ileana messi in mezzo a Livio, Fabio, Daniele, Krom, Ruben (che, purtroppo, ho conosciuto di persona solo ieri)… devo parlare? La prassi vorrebbe che io parlassi, ma la prassi non tiene conto del fatto che nel nostro vocabolario non esistono parole adatte per esprimere la gioia che ho provato e che tutt’ora provo, ma più delle parole dei vocabolari possono le parole dei poeti. Per questo motivo utilizzerò, per spiegarmi, le parole di Vinicio Capossela, parole che per puro caso, credetemi, ho sentito oggi:
“i ricordi son come monete perse al gioco della memoria”
Ebbene ieri sera, parlando, ridendo e scherzando, mi sono state restituite certe monete che avevo perso in questi ultimi quattro anni. Solo ora mi chiedo come possa aver fatto a dimenticare delle cose così divertenti, sublimi… Solo ora so che, nel caso in cui dovessi perdere di nuovo queste monete, me le restituiranno i miei cari amici, sublimi…
Grazie Luca. Grazie Melania. Grazie Irene. Grazie Emiliano. Grazie Ciro. Grazie Ileana. Grazie Livio. Grazie Daniele. Grazie Fabio. December 29 Vento caldoLasciate che vi dica una cosa: ci sono dei momenti, nella nostra breve esistenza, in cui ci capita di correre più velocemente del tempo che viviamo. Solo una volta corse a quella velocità. Accadde tempo fa. Molto tempo fa. Aveva tra le mani le chiavi di un fuoristrada e più nulla da perdere. Non vi spiegherò i motivi per cui si ritrovò solo e senza più niente, se non quel mezzo acciaccato ed inopportuno alle strade di un paese urbanizzato. Non sono fatti miei ne, tanto meno, vostri. Non vi dirò chi è, cosa faceva, quanti anni aveva, da dove veniva o come viveva. Non esiste, se non in una piccola parte del nostro popolato animo. Posso dirvi che quando cominciò la sua corsa era sulla sabbia fine di una spiaggia larga e di lunghezza imprecisata. Il Land Rover Defender 110 era parcheggiato su una duna. Lui, invece, era parcheggiato sul bagnasciuga: gli stivali a portata di mano ed i piedi scalzi a portata di onda. Il cielo, parzialmente coperto di nuvole, era rossastro sia per il tramonto che per lo scirocco. Il giorno dopo gli abitanti dei paesi vicini si sarebbero ritrovati i vetri delle finestre, le macchine ed i vestiti, lasciati ad asciugare, impolverati di una sabbia rossa e quasi impalpabile. Era uno spettacolo che lo aveva sempre colpito sin da piccolo, quando il padre gli spiegò che quella era la sabbia del deserto africano! Quella stessa sabbia l’aveva, in quel momento, tra i capelli, sui vestiti, nelle narici ed in bocca. In verità non era niente male: era un piacere sentirla scricchiolare tra i denti, era bello pensare di poter assaporare una briciola di Africa. Così iniziò il contagio di quella malattia che alcuni chiamano il “mal d’Africa”: come le spore di un fungo, la sabbia entrò in circolazione e si riprodusse nella forma di un impellente desiderio. Con quei granelli ancora in bocca si girò per guardare il suo fuoristrada: il parabrezza era coperto da un sottile strato di polvere rossastra… la stessa che si sarebbe aspettato di vedere su un furgone alla fine della Parigi-Dakar. Solo allora cominciò a correre a quella velocità di cui parlavo: la velocità che, miei cari, può avere solo un sogno. Difatti, senza spostarsi dalla sua posizione privilegiata in riva al mare, la sua immaginazione cominciò a correre per le vaste savane africane, per il deserto, le oasi ed i monti del Kilimanjaro coperti di neve. Si fermò in compagnia delle varie popolazioni africane, tra bimbi nudi e donne vestite di arcobaleno. Ed ancora corse, con la sua mente ed il suo furgone, tra le miniere di diamanti della Costa d’Avorio, sulle sponde del Nilo, nelle foreste pluviali del Congo… Corse un’onda sul bagnasciuga, poi rallentò fino ad arrampicarsi granello granello, ad inerpicarsi, e, come se fosse stata una mano o un prolungamento del mare, sfiorò i suoi talloni. Si destò, ritirando subito i piedi e contraendo il resto del corpo. Le mani, prima abbandonate sulle sabbia, si chiusero nella stretta di due pugni. Diseguali. Nella mano sinistra c’erano le chiavi del Land Rover. Le portò al livello degli occhi socchiusi e di scatto si alzò, a passo svelto si avviò verso il fuoristrada, aprì la portiera dal lato del conducente, salì a bordo ed accese il motore. Fece marcia indietro lungo il percorso segnato precedentemente dalle ruote. Arrivò finalmente ad una strada asfaltata e li abbassò il finestrino. Lasciò entrare un po’ di scirocco: il viaggio che desiderava affrontare, e di cui voi già immaginate la meta, era lungo e voleva ancora della sabbia africana da far scricchiolare tra i denti. Fu così che partì. Perché la sua vita percorresse la strada che la sua immaginazione aveva tracciato in così poco tempo. December 04 MONITORAGGIO1 2 3 4 5 6 7 8 9 10
Conto le dita delle mie mani e me ne ritrovo dieci. Così passa il tempo e quando smette di passare le riconto. Le conto e le riconto da 22 anni 6 mesi e 15 giorni e sono sempre dieci. Ho perso la testa, i denti, soldi e amori, ho perso amici, speranze, occasioni e scommesse, ma sono ancora li, tutte e dieci, attaccate ai due palmi delle mani, attraversate da fiumi dalla forma di vene. Mi chiedo cosa potrebbe accadere se ne dovessi perdere uno, due o tre. Le mie fedeli dita che mi abbandonano… dopo anni e anni a contarle e ricontarle, dopo anni e anni passati insieme, sarebbe davvero un oltraggio abbandonare i miei palmi. Quei palmi, che le hanno sorrette per tanto tempo, che le hanno irrorate tramite quei fiumi che sembrano vene, che le hanno coperte tante volte nella stretta di un pugno… sarebbe un peccato perderle. Potrei ancora toccare il cielo con un dito? Non lo so, e non vi nego che la cosa mi preoccupa un po’: non saprei stare senza nemmeno uno di loro e vorrei tanto illudermi che rimarranno sempre con me, ma come la testa, i denti, i soldi e gli amori, gli amici, le speranze, le occasioni e le scommesse, un giorno potranno lasciarmi. Forse non tutte e dieci, forse solo qualcuno o qualcuno alla volta, ma un giorno il conto potrebbe non tornare. Il problema è che non so cosa fare per salvarle da tutti gli eventuali incidenti e quindi le conto… le conto e le riconto da 22 anni 6 mesi e 15 giorni con la speranza che siano sempre dieci.
Ed ora che il tempo ha smesso di passare le riconto:
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 November 06 Prove tecniche di trasmissioneChi mi conosce sa bene quanto ami la Musica, ma questo spazio non sarà riempito dai testi delle canzoni che più mi piacciono o che meglio rappresentano il mio stato d'animo. Chi mi conosce bene sa quanto ami la Musica, per questo motivo cercherò, il prima possibile, di inserire quella simpatica finestra in cui compare l'immagine di Windows Media Player... la musica va ascoltata non letta! Chi mi conosce bene sa quanto mi riuscirebbe difficile fare a meno di rimpinzarvi dei testi più belli, delle frasi più forti, dei versi più dolci... ma ho trovato una mediazione: in questo blog compariranno solo i testi di due canzoni dello stesso artista, il primo testo lo leggerete tra un po', il secondo lo leggerete quando deciderò di chiudere questa bottega. Non potevo proprio farne a meno... chi mi conosce bene sa quanto ami la Musica: quanto la Poesia...
Le Nuvole
Vanno
vengono ogni tanto si fermano e quando si fermano sono nere come il corvo sembra che ti guardano con malocchio Certe volte sono bianche e corrono e prendono la forma dell’airone o della pecora o di qualche altra bestia ma questo lo vedono meglio i bambini che giocano a corrergli dietro per tanti metri Certe volte ti avvisano con rumore prima di arrivare e la terra si trema e gli animali si stanno zitti certe volte ti avvisano con rumore Vanno vengono ritornano e magari si fermano tanti giorni che non vedi più il sole e le stelle e ti sembra di non conoscere più il posto dove stai Vanno vengono per una vera mille sono finte e si mettono li tra noi e il cielo per lasciarci soltanto una voglia di pioggia. Chi non mi consce bene da oggi avrà uno strumento in più per approfondire la mia conoscenza... a partire da ora.
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