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coriandoli di spineMay 16 Tagliamo tante corde!"Taglio la corda!”.... Così disse l’impiccato. Così disse anche il pianista. Perché un impiccato voglia tagliare la corda potrebbe sembrarvi ovvio se non tenete conto del fatto che, una volta impiccati, se pure la corda si dovesse rompere cambierebbe poco: non c’è molta differenza tra l’essere morti, appesi come un salame, e l’essere morti, caduti a terra come un frutto marcio. Potrebbe essere utile tagliare la corda prima dell’esecuzione, ma comunque sarebbe inutile: i boia sono tra i lavoratori più attenti e scrupolosi, infatti vanno sempre al lavoro con qualche corda di scorta! L’impiccato che conosco io, invece, disse “taglio la corda” già da morto. Ora non state li scervellarvi sul come abbia potuto parlare se era già morto, pensate piuttosto che non fece in tempo a finire la frase che avrebbe voluto pronunciare. Frase che sarebbe dovuta suonare grosso modo così: “taglio la corda mentre voi, pezzenti figli di puttana che state qui a guardarmi penzolare, resterete in questo mondo di merda aspettando una morte che forse sarà peggiore della mia!”. Alquanto sboccato il mio amico, ma come vi esprimereste nei confronti di chi è li solo per assistere e godere della vostra morte? Minimo minimo li guardereste schifati, ma il mio amico era talmente incazzato che non poteva limitarsi a guardare storto qualcuno e così, anche da morto, riuscì a dire qualcosa. Non tutto, ma qualcosa! Il pianista era un romantico pianista minimalista. Si diplomò al conservatorio con il massimo dei voti, ciò nonostante la sua carriera da musicista non fu delle migliori. In città la vita era pessima: la gente affogava nella spazzatura che essa stessa produceva, non c’era lavoro, l’acqua stava smettendo di essere un diritto, la violenza, come la malavita, dilagava e lo "Stato Sovrano", incapace di risolvere la situazione, non era più sovrano di un cazzo di niente. Ma, si sa, in queste condizioni una città diventa una bomba ad orologeria. Infatti l’unica cosa di cui si occupò lo “Stato Sovrano” fu l’impedire che in quella città scoppiasse una rivolta popolare e lo fece in un modo talmente subdolo che neanche Subdolo in persona sarebbe riuscito a fare tanto. “Come fece?” vi chiederete. Ebbene la tattica fu questa: ogni qualvolta la rivolta era sul punto di scoppiare, attiravano l’attenzione della gente su qualcosa di piacevole, di allegro, di suadente… insomma qualcosa che li allontanasse dalla realtà. In genere si trattava di una travolgente vittoria della squadra di calcio della città, di un nuovo reality in cui i partecipanti erano felici di vivere in una discarica, ma, più di ogni altra cosa, ciò che meglio distraeva gli abitanti di quella città era la musica. Purtroppo per il mio amico la musica che distraeva quelle persone non era quella che scaturiva dai tasti consumati del suo pianoforte. Per loro i suoi pezzi erano ripetitivi, ossessivi, e poi non cantava, non parlava di “amore”… poverini, ormai erano così rimbecilliti che riconoscevano l’amore solo se lo sentivano nominare. Insomma la musica del mio amico non era abbastanza "evasiva"… perché era quello ciò che voleva la gente: evadere. Dato che nessuno parlava più di ribellione, di rivoluzione l’unica soluzione possibile era tirare avanti e far finta di nulla... proprio ciò che lo "Stato Sovrano" desiderava da quella gente A differenza del mio amico, divenne molto famoso in città un cantante, anch’esso pianista e diplomato al conservatorio: Alessio Di Gigi. Sapeva suonare bene il piano ed aveva una voce molto bella, ma le sue canzoni erano, alle orecchie di un normale ascoltatore, un vero schifo. Gli unici temi trattati erano: l’amore, la sofferenza per l’amore, la gioia dovuta all’amore e la nascita di un bel bambino da un grande amore. Nonostante tutto, le tracce dei suoi ultimi cd venivano passate in tutte le radio, veniva invitato il tutte le trasmissioni (previsioni meteo comprese) e i telegiornali davano come notizia d’apertura l’uscita di un suo nuovo singolo. Come fosse possibile una cosa simile? Ovvio! I testi delle canzoni di Di Gigi erano scritti dai più grandi sociologi e psicologi della nazione in modo tale da colpire l’interesse della maggior parte della popolazione. Inoltre, i direttori delle reti radio e televisive ricevevano ogni tanto l’“ordine dall’alto” di fare comparire Di Gigi nelle varie trasmissioni. Insomma dagli oggi, dagli domani, la gente finì col pensare solo alle canzoni di Di Gigi, il quale si arricchiva a scapito di chi intontiva con la sua voce. Uno dei pochi a non cadere nel tranello fu il mio amico pianista perché era diventato così povero da non potersi permettere ne una radio ne, tanto meno, una televisione. Girava per la strada sempre più incazzato e nervoso, non solo perché vedeva la città peggiorare di giorno in giorno, ma soprattutto perché la gente non faceva più caso a niente. Per esempio non si accorgevano che i pullman erano stati sostituiti con dei mezzi cingolati perché le ruote normali si impantanavano negli strati di spazzatura che invadevano le strade, che le blatte erano così grosse che quando stavano in piedi sembravano dei cristiani o che l’acqua costava più della coca cola, ma allo stesso tempo tutti per strada cantavano le nuove canzoni di Di Gigi. “Incredibile” pensava “vivono nella merda e cantano le canzoni di quell’imbecille! Bisogna fare qualcosa!”. Col passare del tempo le incazzature del mio amico pianista divennero croniche e si trasformarono in pazzia: finì con l’individuare nella figura di Alessio Di Gigi le cause di tutti i mali della città e cercò di mettere su anche una rivolta nei confronti del cantante, ma rimase solo… ormai pensava solo a Di Gigi e alle condizioni della città, finita ormai in fondo ad un baratro, finché un giorno, mentre faceva la spesa al mercato, si incazzò come mai in vita sua: prima gli si rizzarono tutti i capelli in testa, poi cominciò a tremare ed infine digrignò i denti al punto tale che gli uscirono fiotti di bava e sangue dalla bocca… le uniche cose che i testimoni della scena gli sentirono dire fu il continuo ripetersi di tre parole: “Taglio la corda! Taglio la corda! Taglio la corda! Taglio la corda! Taglio la corda!….”. In fondo era un minimalista! Sta di fatto che corse a casa, butto giù la porta e strappò dal pianoforte una corda a caso. Uscì subito di casa e, sempre correndo, si appostò dietro un cumulo di sacchetti della spazzatura nei pressi del bar preferito di Di Gigi. Dovette aspettare solo qualche ora: appena lo vide arrivare, con fare disinvolto, si accostò alle sue spalle e, quando lo ebbe a portata di mano, cinse il collo del cantante con la corda del pianoforte. I guardaspalle di Di Gigi intervennero repentinamente, ma non riuscirono a fermare la furia di quell’uomo… il mio amico riuscì a strangolarlo! Il processo durò appena un mese: fu condannato a morte per impiccagione nella piazza più grande della città al cospetto dei cittadini tutti La morale? Non importa che ti senta più impiccato o pianista: comunque vada, l'importante è tagliare la corda!
Proprio quello che farò ora andando a dormire! May 09 il treno delle 8:17
Domani dovrei svegliarmi alle sette e prendere il treno alla stazione sotto casa alle 8:17 per raggiungere l’università dove seguirò le lezioni. Se tutto va bene ci sarà un po’ di vento e nell’attesa del treno potrò godermi lo spettacolo che fa il golfo di Napoli la mattina alle otto e diciassette. In ogni caso, vento o no, ci saranno i pescatori proprio sotto la banchina della stazione che comunicheranno tra loro urlando da una barca all’altra. Si, perché a Portici si verifica questo fatto strano: proprio sotto la stazione c’è un porto. Un porto che pare risalire addirittura al tempo dei borboni. Ebbene, i pescatori per le 8:17 avranno già finito la battuta e staranno vendendo il pesce al grossista o staranno pulendo la loro barca azzurra; le reti, in genere, le mettono a posto di pomeriggio. Solo quelli al lato destro del porto le mettono a posto subito dopo la pesca: sono più organizzati… più professionali. Alle 8:17 sarò appoggiato alla ringhiera della stazione che da sul porto, cercando di capire cosa i pescatori si dicono in quella lingua che è solo loro. Alle 8:17 sarò l’unico rivolto verso il mare: tutti gli altri avranno gli occhi puntati sui binari che si perdono nella direzione di Salerno oppure sull’orologio della stazione. Sono impazienti! Ma impazienti per cosa? Per il treno che dovrebbe portarci all’università o peggio ad un fottuto posto di lavoro? Allora mi chiedo: perché desiderare che passi o, addirittura, che sia puntuale? Perché se fai tardi il professore si incazza o il padrone del call center non ti rinnova il tuo bellissimo contratto di lavoro bimestrale? Temo di si e la cosa mi preoccupa non poco. Perché? alle otto e diciassette il golfo può essere talmente bello e può abbracciarti in modo tale che la più grande delle preoccupazioni diventi più piccola della più piccola tellina pescata quel giorno dai pescatori di Portici… Sono certo che se domani il tempo fosse come dico io e se i porticesi, in attesa del regionale delle otto e diciassette per Campi Flegrei proveniente da Salerno ed in arrivo al binario due, si voltassero dalla parte opposta ai binari e si fermassero a guardare il golfo… si stupirebbero della sua immensità, della luce che viene dal sole e dal mare che ce la riflette tutta in faccia, resterebbero ipnotizzati dal moto delle onde e dalla vita che dimostrano, resterebbero lì, fermi, incantati… se per una volta sola si voltassero dalla parte opposta ai binari e si fermassero a guardare il golfo si accorgerebbero di quanto siano ristretti gli spazi in cui lavoriamo o seguiamo le lezioni, si accorgerebbero di riuscire a vedere anche ad una distanza maggiore di quella che c’è tra una poltrona e la parete di fronte, si accorgerebbero di quanto sia bella e necessaria tutta quella luce ed, ancora, si accorgerebbero delle voci primitive dei pescatori e del fatto che il “blu” sia facile a dirsi ma difficile da individuare tra le sue innumerevoli sfumature del cielo, del mare e delle barche da pesca… se per una volta, una sola, si voltassero dalla parte opposta ai binari e si fermassero a guardare il golfo si accorgerebbero di quanto sia innaturale e grama la vita che viviamo, si renderebbero conto di cosa hanno e stanno perdendo della loro esistenza, comincerebbero a pensare, giustamente, che il professore ed il padrone possano andare tranquillamente a farsi fottere perché, a quel punto, avranno capito di meritare qualcosa di più di un voto che alzi la media o di un contratto bimestrale in un call center! Se per una volta, una sola, si voltassero dalla parte opposta ai binari e si fermassero a guardare il golfo richiederebbero almeno dieci minuti di ritardo del treno delle otto e diciassette. March 24 A te, fantasma!A te, con le mani pulite e ben curate; a te, col colletto bianco ed inamidato; a te, che non perdi nessuna delle occasioni mondane; a te, che non hai buchi ne nelle tasche ne nelle mani; a te, che viaggi in tutto il mondo ma ti perdi nella tua città; a te, che non capisci nessuno dei messaggi del capo perché sei troppo impegnato a registrare, copiare e ripetere pedissequamente ogni parola che dice; a te, che probabilmente sei il capo che promuove solo chi registra, copia e ripete pedissequamente qualsiasi cosa tu dica; a te, che eviti le idee perché a pensare rischieresti di capire quanto sei stronzo; a te, che fingi emozioni che non provi; a te, che mangi yogurt al sapore di asparagi, zucchine ed al cazzo che mi hai cacato; a te, al quale batte il cuore in petto solo perché sta cercando di spaccare quella maledetta gabbia che lo imprigiona; a te, che non dici parolacce, ma caghi dalla bocca certe stronzate che…; a te, amante della filosofia spicciola, delle frasi fatte, e delle rime cuore-amore-dolore; a te, che ti vanti della tua moto scintillante, del tuo cellulare nuovo, del tuo orologio fighissimo e di tutte le altre cose che hai comprato con soldi che non hai ne guadagnato ne meritato; a te, che non fai mai il passo più lungo della gamba e mai ti sporgi dai balconi; a te, che non sbagli mai niente perché niente fai; a te, che urli solo nel coro; a te che non hai mai sbraitato: “basta, cazzo! mi sono rotto i ciglioni!”; a te, che a vent’anni non hai mai sognato fuori dalle coperte, ma fuori dalle coperte hai sempre continuato a dormire; a te: via le vene dai polsi, via il sangue dal cuore ed il cuore dal torace… via occhi, lingua e denti… via il cervello da quell’involucro mai stato pieno… via le trippe, il fegato e lo stomaco… via i polmoni ed i piedi… via le unghie dalle dita e le dita dalle mani e le mani dalle braccia… restino solo: le ali, che non ti sei mai accorto di avere, e l’anima… un’anima mai fatta in brandelli, mai nemmeno sgualcita! January 23 Ringraziamenti del BiondoGrazie alla mia piccola famigliola: a mamma, pappa, Irene e Carmine; a zia Franca e zio Antonio; a zia Anna, zio Gino, Barbara e Daria. Grazie ai nonni che avrebbero meritato di leggere queste righe. Grazie alla mia enorme famiglia adottiva: a zia Mariapaola, zio Vittorio, Roberta; a mio fratello Peppe, a Giuliano, Gabriella, Lino, Peppe jr., Patrizia e Marittiello; a Diego, Mercedes, Tonino ed all’altro mio fratello, Livio, che ha mi ha accompagnato per quattro anni in questa e tante altre avventure e che con me ha scritto questa tesi. Grazie alle magnifiche persone che mi hanno visto e fatto crescere ad intervalli regolari di un anno: Sasà ed Elina, Sergio e Bianca, Antonio e Rosa. Grazie alla TBJH ed ai suoi componenti e frequentatori: a Daniele ed alle sue maglie, a Fabio ed alla sua adorata Annaaaa!!!, a Ciro ed ai suoi cos’, ad Emiliano e Irene ed ai loro pini, a Luca e Melania ed alle loro pannocchie, a Pabl Barbut, a Riccardo, a quello scoppiato di Matteo Party ed alle sue feste, a Livietto e Gaia, a Mariella che ci ha fatto bisticciare con Borotalco ed infine a Pak con la speranza che non ci attacchi chissà che strana malattia. Grazie a tutti gli amici vicini, lontani, e lontanissimi; grazie ai compagni, ai colleghi ed alle belle ragazze che in questi quattro anni hanno smussato gli spigoli di una facoltà in cui anche le querce sono quadrate. Quindi grazie ad Oreste, Delia, Susy, Mariano, Mariangela angelo mio, Mariagrazie, a Rosita, Stefano ed Enedina, ovvero gli Intintoli!!!!; grazie a Sarah che sprizza miele da tutti i pori, a Leda e Pasquale, a Elena, a Marta Matta Barbara, a Tonina, ad Andrea “Gregorace5”, Bronco, Andrea Tramortito, gli ischitani, Marco e Filippo, Marianeve, Brunella, Barbara “Sborrone”, Serena, quella scimmietta di Ileana, Paola, Donatella, Nedda, Mafalda, Gigi Rock, Giovanni Satana, Mauro ‘o Presidente, Marcello, Danilo ‘o Buzzurr, papà Carlo Dati, Giannantonio, la Pettinati e la Del Naja, Andrea Genovese ed Andrea ‘o Mangiato, Paolo Renzo, Marchioro, Mario “grazie Mario”, Vittorio, Wladimiro, Antonio ‘o Fugees, quel rompicoglioni del Capocelli, Fungetiello, Asso, Peppe Sapio (questa volta ti ho graziato) e Lupo Alberto. Grazie ai compagni che hanno fatto la resistenza e tante altre battaglie con l’unico scopo di farci vivere in un paese libero, democratico e giusto. Grazie ai compagni del partito ed in particolar modo a quelli della FGCI (Federazione Giovanile Comunisti Italiani) che si sono preoccupati di distogliere la mia mente dallo studio, in inverno, e di evitare che riposassi, in estate. Di conseguenza, grazie ai coordinatori avv. Paolo e Lucio, a Davide Strafellatio, Davide Barrichello, il mitico Daniel “Luttazzi”, Claudione, Maurizio, Edoardo, Mariangela, Renato, Lucia, Riccardo, Giovanni, Marco di Catania, Silvia, a Valerio e la sua “sarda” (nel caso in cui si dovesse fare un’altra volta la guardia allo stand della festa nazionale… già sapete: ci sto!) e, “dulcis in fundo”, al segretario nazionale, Oliviero. Grazie al professor Galante per averci affidato un tema così bello da trattare e grazie a Mariateresa e a Biagio che pazientemente ci hanno aiutato in questo lavoro (buona fortuna ragazzi). Infine, grazie a tutti voi per avermi fatto arrivare fin qui quasi sano e grosso modo salvo. Che l’allegria non vi sia di vergogna Danilo, Ciuchino, Flanaghan, Spasiano
p.s. se il vostro nome non compare, per favore, non fucilatemi. Grazie anche a voi per la gentilezza! p.p.s. se il vostro nome compare e non sapete per quale occasione vi sto ringraziando, beh… siete i migliori. p.p.p.s. solo una cosa per ricordarmi di questo momento e soprattuto ricordare a mio figlio che la sera prima della tesi l'ho fatta a casa di Livio a bere e a fumare... January 15 14 gennaio 2007Ieri sera è stata una delle serate più belle della mia misera esistenza. Ho riso fino al pianto, ho mangiato bene, ho bevuto una favola, ho fumato meglio, ma non è questo ciò di cui voglio parlarvi. Ho rivisto dopo tanto tempo Luca e Melania, gli organizzatori della serata, ho visto la nuova stanza del mio grafico preferito ed è… immaginate la stanza di un personaggio dei cartoni animati? immaginatela colorata, disordinata al punto giusto, naif con bottiglie di Jack vuote sparse qua e la… è magnifica! Ho rivisto Irene ed Emiliano con Ciro ed Ileana messi in mezzo a Livio, Fabio, Daniele, Krom, Ruben (che, purtroppo, ho conosciuto di persona solo ieri)… devo parlare? La prassi vorrebbe che io parlassi, ma la prassi non tiene conto del fatto che nel nostro vocabolario non esistono parole adatte per esprimere la gioia che ho provato e che tutt’ora provo, ma più delle parole dei vocabolari possono le parole dei poeti. Per questo motivo utilizzerò, per spiegarmi, le parole di Vinicio Capossela, parole che per puro caso, credetemi, ho sentito oggi:
“i ricordi son come monete perse al gioco della memoria”
Ebbene ieri sera, parlando, ridendo e scherzando, mi sono state restituite certe monete che avevo perso in questi ultimi quattro anni. Solo ora mi chiedo come possa aver fatto a dimenticare delle cose così divertenti, sublimi… Solo ora so che, nel caso in cui dovessi perdere di nuovo queste monete, me le restituiranno i miei cari amici, sublimi…
Grazie Luca. Grazie Melania. Grazie Irene. Grazie Emiliano. Grazie Ciro. Grazie Ileana. Grazie Livio. Grazie Daniele. Grazie Fabio. |
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